sostenibilità e rispetto per la natura attraverso l’arte e il biochar.

Come il tuo background culturale e le tue esperienze di vita in Puglia influenzano le questioni sociali e ambientali che scegli di affrontare nelle tue opere?
La mia arte è il riflesso delle mie radici, delle terre che mi hanno visto nascere e crescere, e delle storie che hanno permeato la mia esistenza. Sono nato a Bari, città di mare e di scambi, di approdi e partenze, ponte tra Oriente e Occidente. La Puglia, con i suoi paesaggi aspri e la sua bellezza primordiale, è stata la mia prima maestra: la luce calda e dorata, il suono del vento tra gli ulivi millenari, il profumo intenso della terra rossa, tutto questo ha scolpito in me un senso profondo di appartenenza e rispetto per la natura.
Le mie origini familiari mi hanno insegnato il valore della cultura e del sacrificio. Mio nonno materno, insegnante di lingue, mi ha trasmesso la passione per la parola e il pensiero, mentre mia nonna, poetessa e scrittrice, ha nutrito in me la sensibilità verso l’espressione artistica. I miei nonni paterni, con la loro storia di lavoro nelle miniere e nei campi, mi hanno mostrato la dignità del sacrificio e la connessione con la terra. In questa duplice eredità, intellettuale e materiale, si radica la mia visione del mondo.

La Puglia è una terra di bellezza e contraddizioni, di resilienza e lotta. Ho visto la sua natura minacciata dall’avidità e dall’indifferenza umana: cementificazione selvaggia, incendi dolosi, inquinamento. Ma ho anche visto la sua capacità di rinascere, di resistere. E proprio questa resistenza è diventata il cuore pulsante della mia arte. Ogni mia opera è un atto di denuncia e di speranza, un modo per risvegliare la coscienza collettiva e ricordare che il destino della natura è intrecciato indissolubilmente con quello dell’umanità.
L’uso di materiali sostenibili è una caratteristica distintiva delle tue opere. Come scegli i materiali per ogni progetto e quale messaggio vuoi comunicare attraverso la tua scelta di utilizzare elementi ecologici?

L’etimologia della parola “materia” deriva dal latino “mater”, ovvero “madre”.
Per me, ogni materiale che utilizzo deve essere scelto con consapevolezza, rispetto e gratitudine verso la Madre Terra. L’arte non può essere solo estetica: deve essere un atto di coerenza e responsabilità.

Nell’ultimo periodo ho scelto di lavorare con il “biochar”, materiale conosciuto grazie alla gallerista Velia Littera ed alla sua meravigliosa Galleria Pavart; un pigmento naturale ottenuto dalla pirolisi della biomassa. La sua etimologia combina “bios” (vita) e “charcoal” (carbone), ed è proprio questa sua duplicità simbolica che mi affascina: nasce dal fuoco, dalla distruzione, ma è anche fonte di rinascita. Il biochar ha una forza cromatica incredibile, ma soprattutto è un elemento rigenerativo per il suolo e contribuisce a ridurre la CO₂ nell’atmosfera.
Il messaggio che voglio comunicare è chiaro: l’arte non deve essere parte del problema, ma parte della soluzione. Ogni scelta, anche quella del materiale con cui creo, è un atto politico e spirituale. Come diceva Margherita Hack: “Il futuro dipende da noi. Siamo noi che lo costruiamo con il nostro comportamento, con le nostre scelte.”
Qual è l’idea alla base della trasformazione di un’espressione linguistica utopica nell’opera “L’asino che vola: il sogno che sfida il destino”
L’asino è una creatura meravigliosa, ma nella cultura occidentale è stato spesso ridicolizzato, associato all’ignoranza e alla testardaggine. Eppure, se osserviamo le antiche tradizioni, scopriamo che l’asino è un simbolo di resistenza e saggezza. Ha portato Cristo a Gerusalemme, ha accompagnato la fuga in Egitto, è stato protagonista di miti e leggende.
L’opera “L’asino che vola” nasce dalla volontà di ribaltare un pregiudizio linguistico e culturale.

La frase “Quando gli asini voleranno” è sempre stata usata per indicare l’impossibile. Ma cosa succede se un asino vola davvero? Per me, è il simbolo della liberazione dai condizionamenti, della trasformazione dell’impossibile in possibile. Come dice il “Bhagavad Gita”, la realtà è il riflesso della nostra coscienza: se crediamo in un limite, esso esiste; se lo superiamo, esso svanisce.
L’asino che vola è una metafora del riscatto, dell’elevazione oltre il destino imposto. È il sogno che diventa azione, la volontà che sfida ogni imposizione.
In che modo l’accostamento di animali, come la tartaruga e il koala, a oggetti urbani inospitali riflette la tua visione del conflitto tra natura e progresso?
Viviamo in un’epoca in cui il progresso viene spesso confuso con l’arroganza di voler dominare la natura. Ma progresso significa davvero avanzamento? L’etimologia della parola “progresso” deriva dal latino “progredi”, “andare avanti”, ma ci si dovrebbe chiedere: avanti verso cosa?
Quando nelle mie opere accosto animali a oggetti urbani inospitali, voglio mostrare la frattura tra il mondo naturale e quello costruito dall’uomo. La tartaruga, simbolo di lentezza e saggezza ancestrale, caricata di rifiuti; il koala, creatura fragile, costretto ad aggrapparsi a un palo di cemento. Sono immagini di resistenza, ma anche di avvertimento: se continuiamo a negare il posto degli animali nel nostro ecosistema, ci stiamo condannando a un’esistenza sterile e disconnessa dalla vita autentica.

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione al di fuori del campo artistico?
L’arte è un soffio vitale che si nutre di molteplici influenze. Il termine ispirazione deriva dal latino inspirare, ovvero “soffiare dentro”, ed è proprio così che la vivo: come un vento che mi attraversa, portandomi verso orizzonti sconosciuti.
Trovo ispirazione nei testi sacri e filosofici: il Dhammapada, il Bhagavad Gita, la Bibbia, Un Corso in Miracoli. Mi nutro delle parole di Nichiren Daishonin, Daisaku Ikeda, Marco Aurelio, Seneca, Pessoa, Ramana Maharshi e Lao Tzu.
La musica è un altro pilastro: Franco Battiato, De André, Ivan Graziani, Piero Ciampi, Queen, Sigur Rós, Paolo Conte, e la nuova bellissima rivelazione “Lucio Corsi”. Il cinema mi guida in visioni profonde: Interstellar, Inception, Tree of Life, La sottile linea rossa, la filmografia di Kubrick e Clint Eastwood e gli anime dello Studio Ghibli.
Devo dire però che l’ispirazione più grande e vera è quella che trovo nelle persone comuni, nei passanti e negli amici, nella famiglia, in mia figlia Sofia, che è un faro, una luce che mi offre la direzione del risveglio, della consapevolezza e della gentilezza; l’ispirazione è vivere interconnessi e fluire come un’unica partenza e meta insieme, tutti assieme.
L’arte è un viaggio, un atto di ribellione e un atto d’amore. Come diceva Buddha: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.” Il cambiamento è una scelta. Ed è tempo di compierla.
Chi è Davide Cocozza?

Davide Cocozza, artista pugliese noto per il suo attivismo artistico e il suo impegno verso tematiche globali. Attraverso un linguaggio che unisce pittura, performance e materiali innovativi, Cocozza esplora temi cruciali come la salvaguardia dell’ambiente, la tutela dei diritti degli animali, la parità di genere e le disuguaglianze sociali.